“Sono l’uomo più fortunato del mondo, ma ogni giorno è un incubo”: il racconto scioccante dell’unico sopravvissuto al disastro aereo

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Redatto da Carolina

8 Novembre 2025

Vivere per raccontarla, ma a che prezzo? La storia di Vishwash Kumar Ramesh, unico sopravvissuto allo schianto di Air India che ha sconvolto il mondo, è un mix di miracolo, dolore e una quotidianità tutt’altro che semplice. Qui non c’è spazio per eroi da film: solo la realtà di un uomo che, a distanza di mesi, si definisce fortunato, ma fatica ogni giorno a ritrovare se stesso.

Il giorno che ha cambiato tutto

Il 12 giugno 2025 rimarrà impresso nella memoria collettiva e, più che mai, nella carne e nello spirito di Vishwash Kumar Ramesh. Quel giorno, a bordo di un Boeing dell’Air India, insieme a suo fratello e ad altri 239 passeggeri, il destino ha colpito crudelmente: appena trenta secondi dopo il decollo, l’aereo si è schiantato. Solo lui è uscito vivo da quell’inferno di fuoco. La scena, immortalata e diffusa globalmente, ritrae un uomo ferito, stordito, che vaga vicino ai resti del velivolo in fiamme, circondato dalla morte.

Ramesh ha poi raccontato all’«Hindustan Times» dal letto d’ospedale le sue prime sensazioni: «Quando mi sono rialzato, c’erano corpi ovunque. Avevo paura. Mi sono alzato, ho corso. Intorno a me c’erano detriti dell’aereo. Qualcuno mi ha preso, portato in ambulanza e all’ospedale».

Il prezzo altissimo della sopravvivenza

A quasi sei mesi dalla tragedia, lo stesso Ramesh si definisce «l’uomo più fortunato del mondo», ma sottolinea di continuare a soffrire sia fisicamente che mentalmente. «Sono solo un sopravvissuto. Ancora non riesco a crederci. È un miracolo. Ma ho anche perso mio fratello. Mio fratello era il mio pilastro, negli ultimi anni mi ha sempre sostenuto», confida durante un’intervista alla BBC.

Il trauma, secondo i suoi consulenti, ha lasciato profondi segni di stress post-traumatico. La sua vita familiare ne risente pesantemente:

  • Non riesce a comunicare con la moglie e il figlio.
  • Preferisce restare seduto da solo in camera.
  • Sua madre, semplicemente, ogni giorno si siede davanti alla porta in silenzio.

Vishwash ammette: «Mi piace solo stare da solo in casa. Per me, dopo questo incidente… è molto difficile. Mentalmente, fisicamente, e anche la mia famiglia è sotto stress».

Dolore che non si spegne e ferite che non guariscono

Se il cuore sanguina per la perdita del fratello e il peso del ricordo, il corpo non aiuta. Ramesh soffre di ferite gravi a gamba, spalla, ginocchio e schiena, che gli impediscono di lavorare o persino di guidare. Passa le notti in bianco, come racconta Krunal Keshave, familiare che riferisce: «Non riesce a dormire la notte. Quando dorme, sogna di essere sull’aereo. Ricorda tutto ciò che ha visto. Parla, ma non dell’incidente. Cerca di vivere normalmente, ma esce poco e passa tempo solo con la famiglia».

Il sostegno immediato non è stato all’altezza. I suoi consulenti criticano apertamente la compagnia Air India, accusata di averlo abbandonato e maltrattato dopo l’incidente. Gli è stata proposta un’indennità provvisoria di 21.500 sterline, accettata ma insufficiente per coprire le spese immediate, soprattutto dopo la bancarotta della società che gestiva col fratello – l’unico sostegno economico della famiglia.

Vivere non basta: la solitudine del miracolato

La moglie di Vishwash, contattata dal Times, ha raccontato di essere partita subito per l’India con il figlio di quattro anni appena informata dello schianto: «Nostro figlio comprende la situazione, ma gli manca il papà». Non sa quando il marito potrà tornare a casa in Inghilterra, dato che continua ad essere in cura e lo shock resta fortissimo: «Tutto è successo davanti ai suoi occhi e, oltre a questo, ha perso suo fratello».

Non è un caso se Ramesh ha deciso di parlare con i media: «È sconfortante che oggi dobbiamo essere qui e fargli subire tutto questo», si rammaricano i consulenti. «Le persone che dovrebbero sedersi qui sono i vertici di Air India, per cercare di risolvere la situazione. Venite a sedervi con noi, così potremo lavorare insieme per alleviare almeno parte di queste sofferenze».

La storia di Vishwash Kumar Ramesh resta un monito doloroso su cosa voglia dire “sopravvivere”. Essere vivi è molto più che respirare: significa ricominciare a costruire, pur tra le macerie interiori. A volte il miracolo non è essere salvati, ma avere ancora la forza di parlarne. E in questo Vishwash, suo malgrado, è testimonianza vivente.

Carolina

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